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mercoledì 17 settembre 2008

Tha Carter III


A me weezy non m'ha mai fatto impazzire...
Anzi!
Però devo ammettere che il suo flow (anche se lungi dall'essere impeccabile) è molto personale, non tanto come lyricist...infatti spesso le metafore svaccano e i pun sono dotati di un'infantilità shockkante...sicuramente in quanto voce e orecchiabilità (per la maggior parte delle volte). Sicuramente il caos mediatico che si è costruito intorno è la perfetta architettura barocca in cui incastonare una "perla" come Tha Carter III, citando madame Pompadour "non importa che se ne parli bene o male...l'importante è che se ne parli" (lezione che ahimè ho paura abbiano imparato anche i Wu, che per fare un po di casino prima del nuovo album si son messi a rilasciare beef telematici (+ fumo che arrosto) tra Raekwon e RZA)
Insomma credo un disco fatto bene, politicamente...
un po meno artisticamente.
Ma che inevitabimente traccia il contorno in gesso di un mondo Hip-Hop che ha perso visibilità e corona un rap fatto da forum e gossip...youtube e myspace...
Si amplia la platea e si stringe il palcoscenico,
Aumentano le vendite ma chi ascolta musica come questa?....
Sempre più un rap fatto di personaggi e meno di persone.

Chiudo.

"It's because of my job, mo' money mo' prob in this dirty game
This industry FUCKED UP
That's right I said it, and it's fake as ever
Keep real niggaz around me, stay "Space Age 4 Eva""

sabato 16 febbraio 2008

Dear Louis

Parliamo di Neo-Bop. Nato in risposta alle ormai quasi inaccessibili evoluzioni di Fusion & Free-Jazz, il Neo-Bop si propone non tanto un ritorno alle origini Culturali/Sociologiche del Jazz quanto, più che altro, a una ricercata accessibilità, che renda godibile e sqisitamente retrò una musica che ormai ha perso i contatti con il grande pubblico. C'è la nascita di una musica raffinata, epurata da divagazioni troppo violente, che risulta nuova (per quello che riguarda la cura delle sonorità e l'elaborazione di un sound vintage privo di odore di naftalina) e tuttavia riconoscibile. Si ritorna a un significato di jazz più classico, spogliandolo di tutti i toni violenti (politico/culturali) assunti negli anni '70, il mood è quello dei Martini sorseggiati in locali poco illuminati con una dunhill international tra le labbra, discutendo di quanto F. Scott Fitzgerald sia ancora così attuale. Lo stile ha nei fratelli Marsalis i suoi capostipiti ma oggi vi presenterò Nicholas Payton. Nasce e cresce a New Orleans, ottiene la sua prima tromba a 4 anni, e continua a suonarla nella capitale della Louisiana, fino all'inizio dei suoi tour intorno al mondo. Il suo Neo-Bop è profondamente radicato nel Jazz primordiale della sua città, e questo risulta evidente dal suo album del 1995, "Gumbo nouveau". Registrato quando aveva 22 anni è una interessante collezione di classici di New Orleans e di Louis Armstrong. L'esaltante "Whoopin' Blues", la rivisitazione malinconica di "When the saints go marching in" e la scialla di "Way down yonder in New Orleans" sono splendidi esempi di questo stile che si prefigge lo scopo di catturare l'orecchio del pubblico con una morbida raffinatezza, di facile ascolto ma mai banale e sempre con una punta di pepe nero.

lunedì 11 febbraio 2008

Mud 73

Morto due anni fà, R.L. Burnside iniziò ad avere successo negli anni novanta, all'età di 60 inverni circa. Divenne presto uno degli emblemi del Mississipi elettrico. Lo stile rude e diretto delle campagne bagnate dal fiume di fango sgocciola succo blues nella chitarra di questo vecchio negro. "Wish I was in heaven sitting down" è il suo album del 2000, non particolarmente apprezzato dai critici, evolve in uno stile più moderno con dei ritmi e delle sonorità più urbane (prima fra tutte "bad luck city"). Una raccolta di canzoni provenienti da varie fonti, spirituals, blues altrui e vecchi successi.
Particolarmente notevole la title track e la struggente "R.L.'s Story", history of violence on slide guitar echoes.
Ci ricorda in qualche modo come si possa usare lo stomaco come cassa armonica, cosa troppo spesso dimenticata dalle nuove generazioni, troppo occupate ad etichettarsi per ascoltare l'eco viscerale della fame e delle donne, in fondo 'vry body's seen da Mississipi, the whole world's a ghetto.
Good Ol'Blues senza dubbio, senza troppi compromessi pieno del caldo sudore marrone della terra & qualche new trick...Old dog.

sabato 2 febbraio 2008

Birra chiara e patatine


"12 Crass songs" è il nuovo progetto del musicista Folk New Yorkese Jeffrey Lewis. Il musicista, caratterizzato da una vocetta nasale e una chitarra acustica, era solito deliziarci con ballate anti-global critiche, ironiche e mai banali. In questo nuovo album ripercorre la sua passione giovanile per il Punk e rivisita in chiave Folk le canzoni dei Crass, storico gruppo Hardcore Politico Britannico. Il risultato non soddisferà minimamente i moderni mohicani, della rabbia sonica sprigionata dai Crass è infatti rimasto ben poco. Jeffrey tuttavia riesce a mettere in risalto l'estrema attualità dei testi del gruppo inglese, che dopo 30 anni, cantano in vestiti di canapa trangugiando caffè biologico zapatista.
Le tracce sono fresche e effervescenti, notevoli "I ain't thik, it's just a trick", "Secureacore" & "Columbus".
Un pò come una puntata di Friends ambientata in piena rivoluzione d'Ottobre. Da assumersi in uno di quei giorni dove si è incazzati in modo rilassato, risultando quasi snob...Con una birra chiara e leggera in una mano e una porzione di patatine fritte nell'altra.