
Finito di leggere stamattina "Il paese delle nevi" di Yasunari Kawabata _ è un buon modo per entrare nella primavera. Lo stile di Kawabata è delicato e tagliente, freddo e umido ma profondamente umano [reso bene dalla traduzione]. Non assistiamo a un alambicco relazionale come nelle "Affinità elettive" di Goethe, quello che fa Kawabata è sempre caratterizzato da una profonda partecipazione umana, mai realmente evidente, quasi l'umanità fosse una sorta di Holy Ghost invisibile ma non impercettibile che circonda e permea le relazioni dei viventi. é quella peculiare sensibilità nipponica, così elegantemente viscerale, ingenua e sincera...Come se l'amore fosse una strana forma di sangue da naso. Il libro, nonostante la brevità, è intenso e può risultare lungo al lettore non abituato a questo tipo di lirica, il ritmo delle pagine è sommesso, rilassato nei tempi ma sempre lievamente teso nei moti umani, animati da inspiegabili vuoti. Il centro del romanzo è [come non può essere] il cozzare costante di eros e tanatos, nel macrocosmo termale, il costante accostamento dinamico della morte all'amore in quanto inesplicabili motori dell'azione umana ci accompagna durante tutta la durata del romanzo. Le tenere crudeltà dei personaggi sullo sfondo della frivola vita della stazione termale ci toccano più profondo di quanto vorremmo, come in un acquarello di impressioni senza contorni finiamo per specchiarci anche solo per un istante, prima che torni il tempo a mescolare le carte e a nascondere i ricordi.
"Era strano che perfino nella maschera dovesse esserci il profumo della donna"
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